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giovedì 16 giugno 2011

Roma, 15 giugno 2011 - riflessioni sul balcone

Sono a Roma per una toccata e fuga; giusto il tempo di parlare con il mio Prof. e di ripartire la mattina presto con l'aereo per la Svizzera.

E in mezzo a questo, una serata in solitudine dentro ad una casa che casa più non è, solo io, vecchi mobili, tele dipinte da qualcuno che non conosco, valigie accatastate e un largo balcone, al quarto piano di un quartiere popolare.
Dalla regia mi dicono che c'è pure un'eclissi di luna, stasera, e io cerco la luna nel cielo largo, rosso e vibrante del tramonto, senza trovarla.

E scendo pure per strada, per cercarla, questa luna maledetta. Cerco la luna e invece di vederla, mi scontro con un fiume di profumi e colori e sapori che sanno di vacanza, di estate, di caldo, di pace, di armonia, e che nella bellezza nobile e frizzante di Parigi mi accorgo di aver del tutto dimenticato. Ed è magia improvvisa.

Cammino per questo quartiere non mio, risalgo nella casa non mia, eppure mi sento a posto, come a dire che mi manca? -  e a rispondere  niente, perché stasera c'ho Roma (questa non è mia, intendiamoci, ma confido nella generosità di chi l'ha - magistralmente - coniata). E nel capirlo, nell'assaporare questo mio essere qui e ora e giusta e bene ho come i brividi, quei brividi di comprensione cosmica che mi ricordano di quando alle superiori riuscivo a risolvere gli esercizi di matematica al primo colpo.

E alla fine mi viene da pensare che anche se la luna non la trovo e l'eclissi se la stanno godendo tutti tranne me, eppure va bene così, eppure quel palazzone sgraziato che mi toglie la metà del cielo per un attimo mi pare quasi una siepe di Recanati, anche se al quarto piano lampeggia un mega schermo che spara immagini sgranate, anche se.

Insomma, finisce che questo tramonto romano me lo godo così com'è: un tramonto che stride e canta, ride e scappa, muta e stupisce, come la città che lo ospita. Una città che ogni volta è così: una città che devi aspettare tre autobus per poter riuscire ad entrarci dentro, e quando anche ci riesci fai un viaggio sudato e appiccicoso tra una coscia di turista giapponese al forno e l'ascella in salmì del vecchietto di turno, ma anche una città che se non sai come passare il tempo di un pomeriggio caldo e solitario puoi sempre divertirti a fotografare e a contare tutti i gatti di largo Argentina, che in fondo se non ci fossero loro i templi di epoca arcaica non sarebbero nemmeno così arcaici.

E quindi mi ritrovo a scrivere questi pensieri sconnessi su un foglio di scarto trovato su una scrivania, con una cavolo di matita corta e spuntata che pure se premo poco sulla punta si sbriciola ostinata e scappa sotto il mio peso e - porco cane quando si cerca una penna dentro ad una casa non tua mai una volta che la trovi!- e mi pare proprio che questa mia sera romana sia una sera di grafite morbida, lieve e grossa come il tratto di una punta 2B.

(In tutto questo continuo a non trovare la luna e mi accorgo pure che il mio balcone-non-mio è diventato un albergo da luna di miele per giovani coppie di piccioni: romantico, sì, ma pure pieno di cacche).

E ancora quell'agrodolce paura, ché in fondo - se ci penso bene - io c'ho pure un po' di paura di trovarla, questa benedetta luna d'eclissi, e allora andiamo a letto così, la matita ormai nuda sotto le mie dita, un aereo che vola placido verso Fiumicino, Vinicio Capossela nelle orecchie e buona notte a tutti voi.

7 commenti:

  1. Applausi (delicati gli applausi, altrimenti sveglio i vicini).

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  2. Grazie, Dis, ma sono immeritati. Li devi fare a Vinicio Capossela che cantava ESATTAMENTE quello che mi serviva in quel momento e alla città eterna...

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  3. sempre e solo 2B.
    l'unica capace di toni come questi. brava.

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  4. "le sirene ti assalgono di notte
    create dalla notte
    han conservato tutti i volti
    che hai amato e che
    ora hanno le sirene
    te li cantano in coro
    e non sei più solo
    sanno tutto di te
    e il meglio di te
    è un canto di sirene
    e si sente nel rimpianto
    di quanto è mancato
    quello che hai intravisto e non avrai
    loro te lo danno
    solo col canto
    ti cantano di come sei venuto dal niente
    e niente sarai" (cit. Vinicio)

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  5. Quel testo di Vinicio ("Le Sirene") è una spiegazione perfetta dell'apparire del mondo ai greci con una nota immancabile di ὕβϱις.

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