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lunedì 12 settembre 2011

Dogane notturne

C'è una linea, in ogni notte, anche nelle notti più agitate, anche in quelle più corte, una linea che divide le due giornate, quella che finisce ammollandosi nel lago della beata incoscienza, e quella che si drizza saputella al principio del nuovo giorno.
Mi è sempre piaciuto pensare che quella linea sia per la nostra bicicletta dell'anima come una frontiera di dogana severissima; in cui occorre scendere, fermarsi, mostrare il bagaglio, i documenti spiegazzati e poi attendere. Perché non tutti i pensieri e le parole e le idee e i fermenti che sono arrivati fin lì possono passare al giorno dopo. I criteri della durissima selezione sinceramente io non li ho mai capiti. Fatto sta che, dopo qualche minuto, qualche ora, o una notte intera se sei particolarmente stanco e sereno, ti risvegli e sulla bicicletta c'è rimasto poco o niente. E lo vedi subito, te ne accorgi dallo sguardo con cui ti volti all'indietro, e dalla leggerezza del bagaglio, e da quella nuova consapevolezza ripulita che si ricomincia da lì.

Ma se un'idea rimane salda nel cestino della bici, anche se spiegazzata dai molti controlli, anche se bistrattata e appallottolata, allora uno due tre via, si parte.

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