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mercoledì 6 febbraio 2013

Al ristorante lady

Quel tratto di via Bazzanese è noto, per lo più, a causa della presenza del ristorante lady, il quale, a sua volta, vanta tale fama non certo in virtù di succulenti menù o di incantatorie promozioni, bensì a causa del più prosaico fatto di possedere, esattamente sotto al cartello che ne annuncia la presenza, uno dei più temibili autovelox della zona. L'autovelox del ristorante lady - si dice infatti in giro (per lo più accompagnandolo ad insulti e/o resoconti di multe ingiuste - c'è in effetti un limite dei 70 che nemmeno mia madre rispetterebbe spontaneamente - lei che di solito non ingrana mai oltre la quarta marcia, perché uh, ma come scappa via questa macchina!), e quel rettilineo di strada statale ha così la sua - tenebrosa - fama.

Ieri viaggiavo appunto lungo il tratto di via Bazzanese, quello del ristorante lady, e c'era un tale traffico da impedirmi pure di preoccuparmi dell'autovelox: i settanta li avrei potuti raggiungere soltanto con lo stratagemma op op gadget auto (quello - per intenderci - in cui le ruote della macchina dell'ispettore si alzavano sopra a tutte le altre sorpassando qualunque coda), ma, non possedendone la chiave, mi limitavo ad ascoltare note di musica impilate una sull'altra mentre la mia mano destra dialogava pigra e svogliata con le marce seconda e terza. 

Ci voleva, insomma, il traffico opaco delle nove di mattina per costringermi ad accogliere, nel fastidio covato di un risveglio faticoso, le immagini sensibili del di fuori dal finestrino; per prendermi la testa e farmela girare - e quanto ho visto stava proprio dalla parte opposta del ristorante lady - contro un vetro mal pulito, aldilà del quale, comunque, si distingueva piuttosto nettamente una stradina di campagna laterale con una vettura del 118 parcheggiata alla bell'e meglio intorno al fosso.

Le autoambulanze, per di più, le si vede in vorticoso e lancinante movimento; quando se ne trova una, ferma, lampeggiante ma silenziosa, davanti ad una casa o ad un locale il sabato sera, funesti pensieri di disgrazia si mescolano immediatamente ad una sinistra ed amara curiosità. Niente di tutto questo, però, ieri mattina, in quella stradina laterale posta esattamente di fronte al temibile autovelox del ristorante lady. L'ambulanza del 118 se ne stava beatamente sopita a cavallo di un fosso di scolo, con un lato leggermente più inclinato dell'altro - proprio come quelle auto parcheggiate in fila sui lungomari delle località di vacanza estiva - o anche solo alla periferia di grandi metropoli costiere: stravaccate, incuranti, sollazzate: chissenefrega se c'è un divieto di sosta, noi siamo al mare. Così se ne stava, ieri mattina, il veicolo ospedaliero, tirando un insperato sospiro di pace da sirene ed inchiodate; poco lontano da lui, due operatori del 118, in divisa impeccabile.



Uno dei due armeggiava impacciato con un cellulare ultima generazione, e gridava parole nervose all'altro capo di un impalpabile filo: si erano smarriti, presumibilmente, o non trovavano il civico, oppure qualcosa non funzionava nel loro autoveicolo, chissà. Ma non è stato il frenetico, dei due, a svegliare la mia attenzione sopita dai troppi sbuffare. L'altro, a qualche passo di distanza, aveva entrambe le mani infilate nelle tasche e, dopo aver delegato ogni segnalata preoccupazione al solerte compagno, girato con il volto dalla parte del sole - un sole tanto caldo quanto ormai insperato, dopo settimane di nebbia imperitura - chiudeva gli occhi ai raggi potenti del mattino e si prendeva a mani nude il suo spazio di pace in un lavoro di guerra.

E non mi importa - capite il mio metaforico punto di vista, ve ne prego - che quello fosse un medico di chiara fama, un chirurgo d'emergenza, un semplice portantino o un solerte infermiere di pronto soccorso; non mi importa nemmeno se ci fosse o meno, dall'altra parte della strada, del quartiere, della città o dell'intera provincia, qualcuno ad attenderlo, qualcuno malato, bisognoso, sanguinante o semplicemente solo. Le nostre giornate sono piene di persone che ci chiamano, ci vogliono, ci prenotano e segnano il nostro nome su agende e su rubriche. E' il nostro lavoro; è la nostra vita. Ma quando, dopo giorni e giorni in cui hai visto solo tre metri oltre il tuo naso, giorni di umido, di calci nel sedere - che fossero per rimproverare fallimenti o per festeggiare successi, sempre calci sono stati - , dopo corse su corse nella nebbia e nel fango, quando, dopo tutto questo grigio, sorge il sole su una via Bazzanese stremata dai flash di un impietoso autovelox, ed è un sole cristallino, beh, allora, cinque minuti per infilarsi le mani nelle tasche piene di matite e scontrini e per voltarsi a chiudere gli occhi al caldo sporadico di febbraio, chiunque dovrebbe strapparli alla vita e tenerseli tutti per sé.

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