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domenica 29 settembre 2013

Articolazione funzionante

Mica l'ho capito da sola, veramente, che la melma della malinconia senza fondo era ancora lontana, laggiù, gorgogliante, nel buio. Che avevo invece qualche gancio d'appiglio e qualche bel metro di corda davanti a me, a metà della scalata. Figurarsi: io credevo che il viaggio di ritorno - ieri, dalla stazione dei treni più triste che c'è - mi avrebbe atteso a braccia aperte e a fazzoletti spiegati, e che comunque anche quelli non sarebbero bastati e avrei dovuto asciugarmi le ultime lacrime col gomito del maglione, io. 
Pensavo tutta convinta che, terminate le gocciolanti scale mobili a risalire dal binario diciannove, le gambe, da sole, non mi avrebbero più tenuta diritta e il primo piede di tristezza passante avrebbe potuto calpestarmi senza fare nemmeno troppo plof, senza quasi scivolare. 
Ero tutta presa da questi pensieri foschi e ostinati e sono arrivata alla macchina e più passava il tempo più le mie convinzioni si facevano articolate e vive e me ne stavo così concentrata in simili autoproduzioni depressive che al terzo semaforo dei viali ho scordato che dovevo cominciare a preincolonnarmi sulla destra in vista dell'incrocio successivo. 

Scuotendomi un istante dal torpore della mestizia ho sollevato il capo in un tentativo di cipiglio e ho buttato uno sguardo sul lato, nella corsia che volevo velocemente riguadagnare: arrivava a passo modesto una vecchia golf bianca. Raggranellato e raccolto tutto il suddetto cipiglio in un gesto, ho abbassato di getto la leva della freccia e ho spinto l'auto leggermente a destra, provando a forzare il flusso del traffico.

Un secondo; un colpo di freno; una sterzata sportiva: avevo vinto, ero passata. 
Nuovi metri di fettucce di tristezza potevano nuovamente avvilupparmi; mi tuffavo appena possibile nella tazzina del malumore. Tutto era nero, prevedibile: brutto.

Non so che dirvi: sarà stata una questione di istanti; un baleno di intelligenza pratica; un riflesso di incondizionato attaccamento alla vita: avevo ancora le due ruote di sinistra sulla riga divisoria tratteggiata quando, all'improvviso, è accaduto il fatto
La mia mano destra si è alzata d'imperio e con le cinque dita ben dilatate ha ringraziato, eretta allo specchietto retrovisore, il mite conducente della vecchia golf bianca che aveva rallentato per farmi passare: in alto, sicura, magnanima. E poi si è riposata sul cambio.


Io di certo non l'ho mossa. Mi stavo giustappunto chiedendo come avrei fatto, il mattino successivo, a trovare le forze per muovere i primi passi in una stanza vuota (e senza latte nel frigorifero): sicuramente non era mia intenzione esprimere ogni qualsivoglia sentimento di gratitudine. Eppure lei si è alzata. Da sola. A ringraziare il mite conducente di golf e a spiegare a me, senza tanti giri di parole, che almeno un paio di motivi per essere felice resistevano allo scempio della domenica sera: avevo un'articolazione ossea ben funzionante, ed un fatalistico e tenace senso della giustizia stradale sopravviveva al mio più cocente malumore. 

Un paio di chilometri dopo, per un motivo piccolo e telefonico, una lacrimuccia la versavo per davvero. Ma era di gioia. E l'articolazione della mano destra, attenta, attiva e funzionante, ha subito provveduto ad asciugarla.

1 commento:

  1. OT: Tinni, you've got mail!
    Ti ho risposto (già una decina di giorni fa). Mi scuso ma da tempo non controllavo la mail all'indirizzo del blog. Ti avevo anche lasciato un commento in uno dei post precedenti, ma ora vedo che quel simpaticone di blogspot se l'è mangiato!

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